La nostra proposta più moderata
da "Esperienze Pastorali"

"La nostra proposta più moderata sarebbe piuttosto una legge così redatta:

«Art. 1 – La terra appartiene a chi ha il coraggio di coltivarla.

«Art. 2 – Le case coloniche appartengono a chi ha il coraggio di starci.

«Art. 3 – Il bestiame appartiene a chi ha il coraggio di ripulirgli ogni giorno la stalla.

«Art. 4 – I boschi appartengono a chi ha il coraggio di vivere in montagna.

È nostra opinione però che una così tardiva giustizia non basterebbe a fermare l’esodo.

Bisogna ricuperare anche tutte le ricchezze che per secoli son partite dalla terra verso i salotti cittadini (e dire che l’Art. 43 della Costituzione vorrebbe invece indennizzare i salotti!).

Rendere queste ricchezze ai loro veri proprietari, trasformarle in bagni, sciacquoni, scuole, strade, trattori, canali.

Bisogna buttare tutte queste cose ai piedi dei contadini, supplicarli di perdonarci e di fermarsi.

Ma anche per questo è già tardi".

 

Tutti i cittadini sono uguali
da "Lettera a una professoressa "

"Dopo l'istituzione della scuola media a Vicchio arrivarono a Barbiana anche i ragazzi di paese.

Tutti bocciati naturalmente.

Apparentemente il problema della timidezza per loro non esisteva.

Ma erano contorti in altre cose. 

Per esempio consideravano il gioco e le vacanze un diritto, la scuola un sacrificio.

Non avevano mai sentito dire che a scuola si va per imparare e che andarci è un privilegio. 

Il maestro per loro era dall'altra parte della barricata e conveniva ingannarlo. 

Cercavano perfino di copiare.

Gli ci volle del tempo per capire che non c'era registro.

Anche sul sesso gli stessi sotterfugi.

Credevano che bisognasse parlarne di nascosto.

Se vedevano un galletto su una gallina si davano le gomitate come se avessero visto un adulterio. 

Comunque sul principio era l'unica materia scolastica che li svegliasse. 

Avevamo un libro di anatomia.

Si chiudevano a guardarlo in un cantuccio. 

Due pagine erano tutte consumate. 

Più tardi scoprirono che son belline anche le altre.

Poi si accorsero che è bella anche la storia. 

Qualcuno non s'è più fermato.

Ora gli interessa tutto.

Fa scuola ai più piccini, è diventato come noi. 

Qualcuno invece siete riusciti a ghiacciarlo un'altra volta. 

Delle bambine di paese non ne venne neanche una.

Forse era la difficoltà della strada. Forse la mentalità dei genitori. 

Credono che una donna possa vivere anche con un cervello di gallina.

I maschi non le chiedono di essere intelligente. 

E' razzismo anche questo.

Ma su questo punto non abbiamo nulla da rimproverarvi.

Le bambine le stimate più voi che i loro genitori. 

Sandro aveva 15 anni. Alto un metro e settanta, umiliato, adulto.

I professori l'avevano giudicato un cretino.

Volevano che ripetesse la prima per la terza volta. 

Gianni aveva 14 anni. Svagato, allergico di natura.

I professori l'avevano sentenziato un delinquente.

E non avevano tutti i torti, ma non è un motivo per levarselo di torno. 

Né l'uno né l'altro avevano intenzione di ripetere.

Erano ridotti a desiderare l'officina.

Sono venuti da noi solo perché noi ignoriamo le vostre bocciature e mettiamo ogni ragazzo nella classe giusta per la sua età. 

Si mise Sandro in terza e Gianni in seconda.

E' stata la prima soddisfazione scolastica della loro povera vita. 

Sandro se ne ricorderà per sempre. 

Gianni se ne ricorda un giorno sì e uno no. 

La seconda soddisfazione fu di cambiare finalmente programma. 

Voi li volevate tenere fermi alla ricerca della perfezione.

Una perfezione che è assurda perché il ragazzo sente le stesse cose fino alla noia e intanto cresce.

Le cose restano le stesse, ma cambia lui.

Gli diventano puerili tra le mani. 

Per esempio in prima gli avreste detto riletto per la seconda o terza volta la Piccola Fiammiferaia e la neve che fiocca fiocca fiocca.

Invece in seconda ed in terza leggete roba scriba per adulti. 

Gianni non sapeva mettere l'acca al verbo avere.

Ma del mondo dei grandi sapeva tante cose.

Del lavoro, delle famiglie, della vita del paese. 

Qualche sera andava col babbo alla sezione comunista o alle sedute del Consiglio Comunale. 

Voi coi greci e coi romani gli avete fatto odiare tutta la storia.

Noi sull'ultima guerra si teneva quattro ore senza respirare. 

A geografia gli avreste fatto l'Italia per la seconda volta.

Avrebbe lasciato la scuola senza aver sentito rammentare tutto il resto del mondo. 

Gli avreste fatto un danno grave.

Anche solo per leggere il giornale. 
Sandro in poco tempo s'appassionò a tutto.

La mattina seguiva il programma di terza.

Intanto prendeva nota delle cose che non sapeva e la sera frugava nei libri di seconda e di prima.

A giugno il “cretino”; si presentò alla licenza e vi toccò passarlo. 

Gianni fu più difficile.

Dalla vostra scuola era uscito analfabeta e con l'odio per i libri. 

Noi per lui si fecero acrobazie.

Si riuscì a fargli amare non dico tutto, ma almeno qualche materia.

Ci occorreva solo che lo riempiste di lodi e lo passaste in terza.

Ci avremmo pensato noi a fargli amare anche il resto. 

Ma agli esami una professoressa gli disse:

"perché vai a scuola privata?

Lo vedi che non ti sai esprimere?"

Lo so anch'io che il Gianni non si sa esprimere. 

Battiamoci il petto tutti quanti.

Ma prima voi che l'avete buttato fuori di scuola l'anno prima. 

Bella cura la vostra. 

Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta.

Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle  all'infinito.

I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro.

O per bocciarlo. 

Voi dite che Pierino del dottore scrive bene.

Per forza, parla come voi. 

Appartiene alla ditta. 

Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo.

Quando Gianni era piccino chiamava la radio lalla. 

E il babbo serio: "Non si dice lalla, si dice aradio." 

Ora, se è possibile, è bene che Gianni impari a dire anche radio.

La vostra lingua potrebbe fargli comodo.

Ma intanto non potete cacciarlo dalla scuola.  

"Tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di lingua";

L'ha detto la Costituzione pensando a lui."

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Don Lorenzo Milani

Don Lorenzo Milani

 

 

 

 

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Premessa

La scuola italiana usciva dalla seconda guerra mondiale con un impianto istituzionale e organizzativo di base che risaliva, fondamentalmente, alla legge Casati e alla legge Coppino, ambedue di epoca post-unitaria.

Il ventennio fascista aveva apportato le innovazioni della riforma Gentile, entrata in vigore nel 1923 e, amministrativamente, era approdato ad un rigoroso ordinamento gerarchico e centralistico di tutte le istituzioni, compresa la scuola.

Le novità del fascismo spinsero la scuola italiana a prendere una deriva classista ed elitaria; era la scuola dell'obbligo elevato fino al compimento dei 14 anni, ma era anche la scuola dedicata soprattutto ai figli delle classi borghesi e privilegiate.

Le leggi Casati/Coppino e la riforma Gentile, resteranno i pilastri della scuola italiana, anche dopo l'avvento della Repubblica (2 giugno 1946), fino al 31 dicembre del 1962 quando, il Parlamento, con la legge n. 1859, abolì la scuola di avviamento al lavoro e diede vita alla scuola media unificata.

Selettiva e severa, la scuola italiana degli anni '50 e '60 mostrò tutti i limiti di applicabilità in un paese in rapida trasformazione.

La società cambiava...

Il boom economico degli anni '50 trasformò l'Italia, paese prettamente rurale e contadino, in un paese industriale e urbanizzato ma, il benessere improvviso che ne derivò, non interessò in modo omogeneo tutto il territorio.

Masse di contadini meridionali e di montanari, emigrarono verso le grandi città industriali del nord del paese (Milano, Genova, Torino), impoverendo ancora di più il sud e alcune aree del centro, alimentando quella "questione meridionale" che risaliva al lontano Risorgimento.

La Democrazia Cristiana (il partito di ispirazione cattolica al potere dal dopoguerra) e il Partito Comunista Italiano, si confrontarono, in piena guerra fredda internazionale, su questioni di vitale importanza per la vita di migliaia di persone.

Il ruolo della donna nella famiglia, dello Stato nell'economia, il rapporto con i figli, la giustizia sociale, il lavoro nelle fabbriche, l'aborto, il divorzio, la scuola.

Tutto, alla luce delle nuove strutture sociali e dei nuovi modi di produzione, doveva essere rinegoziato e reinventato.

E' in questo clima che opererà il pensiero e l'azione di don Lorenzo Milani, il pedagogista che seppe dare voce a molti dei disagi, delle tensioni e delle ingiustizie, avvertite nella società e nella scuola di quegli anni.

Il giovane Lorenzo

Lorenzo a otto anniLorenzo Milani ha avuto una vita breve ma intensa: nacque a Firenze il 27 maggio del 1923, in una famiglia di intellettuali e scienziati fiorentini.

In entrambe le famiglie, sia quella della madre, Alice Weiss, che in quella del padre, Albano Milani, possiamo trovare incarichi accademici, titoli e riconoscimenti pubblici.

Terminati gli studi superiori, con sorpresa e rammarico dei genitori, Lorenzo decide di non iscriversi all'università, ma di dedicarsi alla pittura.

Il padre allora lo manda alla scuola di un artista tedesco che da anni vive e lavora a Firenze: Hans Joachim Staude.

E' però la passione di qualche stagione, che deve ben presto lasciare il posto a una svolta esistenziale ben più  forte e improvvisa: nel novembre del 1942, il giovane entra nel seminario di Cestello in Oltrarno.

Le esperienze pastorali

Don Lorenzo a CalenzanoIl 13 luglio del 1947 è ordinato sacerdote e inviato per sette anni, come aiuto, a San Donato di Calenzano, vicino Prato.

Don Lorenzo arriva a Calenzano pieno di entusiasmo, come chi ha trovato il senso della propria vita: impegnarsi nell'educazione degli emarginati e dei poveri.

A San Donato, don Milani, fa una scelta di povertà estrema che, con il passare del tempo si radicalizza; vive della sola magra "congrua" assegnata ai preti in virtù del concordato stipulato tra lo stato italiano e la chiesa cattolica nel 1929.

Nel dicembre del 1954, a causa di contrasti con la curia di Firenze, viene trasferito a Barbiana (Comune di Vicchio, Firenze), minuscola e isolata frazione di montagna.

Negli anni di Calenzano aveva scritto "Esperienze Pastorali", un testo che, pubblicato nel 1958, ebbe una forte eco per i suoi contenuti ritenuti, dalla chiesa di Roma,  rivoluzionari e "d'incerta dottrina".

Nella lettera del 19 dicembre 1958, il card. Ermenegildo Florit scrive a don Milani per avvertirlo che il libro è stato ritirato dal commercio:

"Molto Rev.do e caro don Milani, da Roma sono stato incaricato di comunicarLe quanto segue: La S.Sacra Congregazione del S. Offizio ha disposto, dopo aver sottoposto ad accurato esame la sua recente pubblicazione "Esperienze Pastorali" che essa venga ritirata dal commercio". Ho già avvisato l'Editore a mettere ciò in esecuzione. Quanto sopra potrà recarLe qualche amarezza. Sono tuttavia sicuro che la sua pietà sacerdotale l'aiuterà ad accettare con docilità filiale la disposizione della Santa Sede. Il Signore non mancherà di venirLe incontro con i suoi Lumi e la sua grazia confortatrice. Augurandole un santo Natale, le invio paterni saluti, benedicendoLa ". Suo rev.mo nel Signore. Ermenegildo Florit Arciv. Coad."

Mancò poco che il libro non venisse messo all'indice.

Cosa c'è di così  scandaloso nelle "Esperienze Pastorali" di Milani?

In realtà, il libro costituisce una originalissima ricerca sociologica che analizza, partendo da un "campione" privilegiato di operai della scuola di Calenzano, le ragioni di un ritardo storico della chiesa romana, nel riconoscere i mutamenti in atto nella società italiana.

E' un'autocritica sugli atteggiamenti, i metodi, le cause che hanno impedito al prete di essere pienamente con il suo popolo, ma soprattutto pone l'accento sull'ignoranza diffusa, fattore che impedisce la piena formazione civile, prima ancora che religiosa.

La scuola di Barbiana

Il trasferimento nel dicembre del 1954 a Barbiana, sui monti di Firenze, ha il sapore di una punizione.

Ma don Lorenzo, proprio a Barbiana, dopo avere compiuto l'atto simbolico, due giorni dopo il suo arrivo, di comperare, nel cimitero di quella minuscola frazione la sua tomba, fonda una nuova scuola.

Inizia così il primo esperimento di scuola a tempo pieno, espressamente rivolto alle classi popolari, dove si provano  metodi innovativi, come quello della scrittura collettiva: una forma di scrittura di testi che coinvolge più autori.


BarbianaBarbiana


Si tratta di un’esperienza che farà la storia della pedagogia, sintetizzata dal motto della scuola: "I care", mi sta a cuore, mi interessa, da contrapporre al fascista "me ne frego".

Il priore di Barbiana comincerà a cercare personalmente, nei campi, gli allievi da iscrivere.

Don  Lorenzo insisterà con i genitori dei piccoli respinti dagli istituti pubblici e impegnati al lavoro nei campi, affinché a questi ultimi, fosse offerta un’altra opportunità, quella di frequentare la scuola di Barbiana: una scuola a tempi pieno, sette giorni alla settimana, 365 giorni all’anno, gratuita.

Si tratta di una scuola aperta, dove il programma viene "costruito" in base alle caratteristiche di ogni singolo allievo, dando una importanza fondamentale alle attività pratiche e alle lingue.

E' attraverso la conoscenza delle lingue che, per don Milani, passa l'emancipazione e la capacità di saper rivendicare i propri diritti.

E' a Barbiana che nasce la lettura del quotidiano  in classe, un’attività ancora significativa, rivolta allo sviluppo  della  consapevolezza civica, in un’epoca in cui il giornale non conosceva ancora i condizionamenti editoriali del marketing commerciale come ai giorni d’oggi.


BarbianaBarbiana


Il successo è immediato.

Il priore diventerà improvvisamente  il simbolo di un modo nuovo di fare lezione, serio, esigente, impegnato, ma anche divertente, attraente e,   soprattutto, caratterizzato  da  un forte anelito di profonda giustizia e riscatto sociale.

L’esperienza della scuola di Barbiana attira sull’Appenino toscano insegnanti italiani e stranieri, gente della cultura e personalità della politica. Egli scriverà:

“i miei eroici piccoli monaci, che sopportano senza un lamento dodici ore quotidiane feriali e festivi di insopportabile scuola, non sono affatto eroi, ma piuttosto dei piccoli svogliati scansafatiche che hanno valutato che sedici ore nel bosco, a badare alle pecore sono peggio che dodici a Barbiana a prendere pedate da me. Ecco il grande segreto pedagogico del miracolo di Barbiana; ognuno vede che non ho merito alcuno e che il segreto di Barbiana non è esportabile.”

A favore dell’obiezione di coscienza

Nel febbraio del 1965, Don Milani, legge sul quotidiano “La Nazione” la lettera di un gruppo di cappellani militari in congedo, che criticano aspramente la renitenza alla leva:

I cappellani militari in congedo della regione Toscana, nello spirito del recente congresso nazionale dell'associazione, svoltosi a Napoli, tributano il loro riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti d'Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria. Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta "obiezione di coscienza" che, estranea al comandamento cristiano dell'amore, è espressione di viltà. “ (tratto da “lettera ai cappellani militari).

Don Lorenzo, favorevole all’obiezione di coscienza,  non può accettare il fatto che i cappellani predichino ai soldati l’obbedienza agli ordini dei superiori, proprio quegli ordini che spesso finiscono per portare enormi sofferenze per la popolazione civile.

Decide così di rispondere, e lo fa a modo suo.

La lettera di risposta ai cappellani militari viene pubblicata dalla rivista “Rinascita”; il priore afferma che l’obbedienza non è più una virtù e reclama il diritto all’obiezione di coscienza per tutti i soldati..

Non discuterò qui l'idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto."

E’ una professione di nonviolenza e, per giustificare la scelta pacifista, l’autore ripercorre le guerre degli ultimi 100 anni e si appella a due capisaldi: il Vangelo e la Costituzione italiana.

Il processo

Il messaggio non passò  inosservato e, a Barbiana, arrivarono critiche, intimidazioni e persino minacce di morte.

Nel 1964 gli americani  si erano lanciati in una devastante avventura militare in Vietnam (circa 4.000.000 di civili uccisi) e, ogni critica proveniente da paesi alleati era considerata “disfattismo” e “collaborazionismo con il nemico”.

Circa 58.000 soldati americani persero la vita in un conflitto che terminò solo nel 1975 con la sconfitta degli Stati Uniti d’America.


Vietnam Vietnam


In Italia nel 1972 fu emessa una legge (L. 772/72) per riconoscere il diritto all’obiezione di coscienza  (con la possibilità di scegliere un servizio civile sostitutivo obbligatorio).

Il 21 gennaio 1977 il presidente statunitense Jimmy Carter graziò praticamente tutti quelli che si erano sottratti alla coscrizione per la guerra del Vietnam.

Ma nel 1965 la sensibilità era diversa…

La IV sezione del Tribunale di Roma citò  in giudizio per "apologia di reato" Lorenzo Milani, insieme al vicedirettore responsabile di Rinascita, Luca Pavolini, con l’accusa di incitamento alla diserzione e alla disubbidienza militare.

Pena prevista: reclusione fino a 10 anni. 

Secondo il vaticanista Zizola la “lettera ai cappellani militari” di Don Milani rappresenta uno dei migliori testi della letteratura italiana pacifista.

Il 15 febbraio 1966 il Tribunale emise  il suo verdetto: Don Milani venne  assolto con formula piena.

Lettera a una professoressa

Barbianalettera a una professoressa”, forse il testo più celebre prodotto  dalla  scuola di Barbiana.

Nasce a seguito della bocciatura di due allievi che sostennero, con esito negativo, l’esame come privatisti in una  scuola magistrale di Firenze, per accedere alla professione di insegnanti.

L’anno successivo i due ragazzi si ripresentarono e vennero respinti nuovamente.

Per la scuola di Barbiana fu un duro colpo.

Don Lorenzo e i suoi ragazzi cominciarono a progettare un testo denuncia, per mettere in rilievo, con l’uso  di dati statistici, quanto la scuola pubblica italiana fosse classista.

Alla fine del 1966 il libro aveva  già preso forma e, don Lorenzo, cominciò  a sottoporre il lavoro ad amici e conoscenti, per ricevere  consigli e, soprattutto, per accertarsi che  il testo fosse leggibile e chiaro anche per un lettore di bassa scolarità.

Il 30 ottobre 1966 scriveva: "Ieri sera è venuta la Fioretta […[ per leggere un po' della lettera. Alla fine le si è  prestata una delle quattro copie che abbiamo perché la leggesse oggi a un gruppo di operai, genitori di bocciati e ci riferisca cosa capiscono e cosa no. Domani la rimanda indietro".

Il messaggio doveva essere letto e compreso da tutti.

La documentazione statistica della lettera fu affidata a Giancarlo, un ragazzo di 15 anni che, a Barbiana, era soprannominato “Tranquillo”, per via di quel suo carattere calmo e riflessivo.

Il testo definitivo uscì  nel 1967 e scosse la Chiesa e la società intera.

Se mandate i poveri via dalla scuola non è più una scuola; è un ospedale che cura i sani e manda via i malati”.


MilaniBarbiana


Il libro denunciava l’arretratezza e la disuguaglianza presenti nella scuola italiana che, scoraggiando i più deboli e spingendo avanti i più forti, sembrava essere ispirata da un principio classista e non di solidarietà.

Un atto d’accusa verso l’intero sistema scolastico.

Il libro inizialmente ricevette un’accoglienza fredda, soltanto dopo la morte del priore divenne  un caso letterario: uno dei testi sacri della contestazione giovanile del  ’68 italiano.

La condanna in appello e la morte

Nel frattempo, gli accusatori di Don Milani, erano  ricorsi in appello.

Ma Don Lorenzo aveva scoperto  di essere stato colpito da un male incurabile: il  morbo di Hodgkin, un tumore che lascia solo pochi anni di vita.

La morte sopraggiunse prima  del secondo grado del processo, in cui la corte modificò  la sentenza di primo grado e condannò  Pavolini a cinque mesi e dieci giorni di reclusione (verrà poi amnistiato dalla Cassazione).

Per il priore di Barbiana "il reato fu  estinto per morte del reo".

A soli 44 anni, dunque, il 26 giugno del 1967, come un eroe tragico, Lorenzo Milani si spense.

Così come aveva chiesto, venne seppellito nel piccolo cimitero di Barbiana, con i paramenti sacri e gli scarponi da montagna ai piedi.

Le ultime parole del suo testamento sono ancora una volta per i suoi alunni:

Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho la speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto”. 

La firma di quest’ultima lettera riporta solo il suo nome: Lorenzo.

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Bibliografia di Lorenzo Milani

  • Esperienze pastorale, Firenze, Libreria editrice Fiorentina, 1957;
  • I care, Roma, a cura della Libreria internazionale Paesi Nuovi, [dopo il 1965], (Lettera di don Milani inviata ai suoi giudici, preceduta dal Comunicato dei cappellani e dall'intervento di don Milani che porto alla sua incriminazione);
  • Obiezione di coscienza, Vicenza, La locusta, 1965;
  • L' obbedienza non e più una virtù, documenti del processo di don Milani, Firenze, Libreria editrice Fiorentina, 1967;
  • Perché tacere?, Vicenza, La locusta, 1968 , a cura di R. Colla, già pubbl. in “Espresso-colore”, 19 maggio 1968; in appendice: Il caso don Milani, di S. Baldassarri
  • Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, a cura di Michele Gesualdi, Milano, Mondadori, 1970;
  • Lettere alla mamma, a cura di Alice Dilani, Milano, A. Mondadori, 1973
  • Lettere in un'amicizia, 28 inediti a cura del destinatario Gian Carlo Melli, Firenze, Libreria editrice fiorentina, 1976;
  • Scritti, a cura di G. Riccioni ; introduzione di E. Balducci, Firenze, Manzuoli, 1982;
  • Il catechismo di don Lorenzo Milani, documenti e lezioni di catechismo secondo uno schema storico, a cura di Michele Gesualdi, Firenze, Libreria editrice Fiorentina, 1983;
  • Lettera a una professoressa, Firenze, Libreria editrice Fiorentina, 1988;